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La tendenza alla complessità

Una galassia vista dalla terra

Dialogo sulla tendenza alla complessità.

Riflessioni e domande filosofiche rielaborate e integrate dal libro “Shantaram”, di Gregory David Roberts da Renzo Trenta

L’universo ebbe inizio circa quindici miliardi di anni fa e, partendo da una semplicità assoluta, non ha mai smesso di farsi via via sempre più complesso. Questo impulso costante dalla semplicità alla complessità è connaturato alla trama stessa del cosmo, e gli scienziati lo chiamano “tendenza alla complessità”. Noi esseri umani siamo il prodotto di questo processo, proprio come le api, gli uccelli, gli alberi, le stelle e persino le galassie. Se fossimo spazzati via da una catastrofe cosmica – tipo l’impatto di un asteroide, o qualcosa del genere – in qualche luogo del cosmo emergerebbe un’altra espressione con il nostro stesso livello di complessità, perché l’universo che conosciamo funziona in questo modo, ed è probabile che sia così in ogni sua parte. Ebbene, la “tendenza alla complessità”, la meta a cui tende tutto questo processo, è ciò che qualcuno definisce Dio e che altri chiamano nirvana o fine ultimo della vita.  Tutto quello che facilita, potenzia o accelera il movimento verso la complessità è bene, mentre tutto ciò che lo ostacola o lo inibisce è male.  Se vogliamo sapere cosa è bene e cosa è male – per esempio la guerra, le uccisioni, il contrabbando di armi ….- dobbiamo chiederci: “Compiendo questa azione, in questo angolo dell’universo, favoriamo il processo o l’ostacoliamo?”  In questo modo riusciamo a farci un’idea abbastanza precisa di ciò che è bene e ciò che è male, e, soprattutto, riusciamo a capire perché un’azione è buona o cattiva.  Ecco, tutto qua disse il maestro.  

Ma ci sono un paio di problemi irrisolti a cui dare risposta disse l’allievo. Al mondo ci sono oggetti inanimati, come le rocce, ed esseri viventi, come gli alberi, i pesci e gli uomini.  Il modello cosmologico esposto non spiega che cosa produce la vita e la coscienza.  Se in ultima analisi le rocce sono fatte degli stessi elementi primi che compongono gli uomini, perché le rocce non sono vive e gli uomini sì? Da dove viene la vita? 

Ebbene, la risposta alla domanda è la seguente, disse il maestro: la vita è una caratteristica di tutte le cose. 

Ogni atomo dell’universo possiede la caratteristica della vita. Più è complesso il modo in cui gli atomi si aggregano più è complessa è l’espressione della caratteristica della vita. Una roccia è un aggregato di atomi molto elementare, perciò la vita in una roccia è così semplice che non riusciamo a percepirla. Un gatto è un aggregato di atomi molto complesso, perciò la vita in un gatto è del tutto evidente. Ma la vita è dappertutto, persino in una roccia, anche se non possiamo vederla».

“Da dove vengono queste idee sulla vita?”, chiese l’allievo. “A dire il vero sono concetti che in un modo o nell’altro sono presenti in quasi tutte le grandi religioni”, disse il maestro. “Le ho modificate leggermente per adattarle alle scoperte degli ultimi secoli. Ma senza dubbio il Corano mi ha dato l’ispirazione per compiere questi studi, perché il libro sacro esorta a studiare tutto, e a imparare tutto per servire meglio Allah”. 

“Ma da dove vengono queste “caratteristiche della vita”? Insistette l’allievo. “La vita, e la caratteristica di tutto ciò che esiste – la coscienza, il libero arbitrio, la tendenza alla complessità, e persino l’amore – sono state donate all’universo dalla luce, all’inizio del tempo così come noi lo conosciamo”. Disse il maestro. 

“Al momento del Big Bang? E questo che intendi dire?” Disse l’allievo. 

Si rispose il maestro. “L’esplosione del Big Bang è scaturita da quella che gli scienziati chiamano “singolarità” vale a dire un punto quasi infinitamente denso e caldo, che però non occupa spazio e tempo come noi li conosciamo. Il punto era un calderone ribollente d’energia. Qualcosa lo fece espandere – non sappiamo ancora la causa – e la luce produsse atomi e particelle, insieme allo spazio-tempo e a tutte le forze che conosciamo. All’inizio dell’universo la luce diede a ogni particella un insieme di caratteristiche, e quando le particelle si combinarono in aggregati più complessi, le caratteristiche si rivelarono in modi via via più complessi”. 

“Ciò che ti ho appena descritto è il rapporto fra vita cosciente e materia”, Dichiarò il maestro. “È una specie di esame, e adesso conosci le risposte. È un esame a cui devi sottoporre qualsiasi uomo che ti dice di conoscere il significato della vita. Ogni guru che incontri, ogni maestro, profeta o filosofo dovrebbe essere in grado di rispondere a due domande. Primo: “Qual’è una definizione oggettiva e universalmente accettabile di bene e male?” Secondo: “Che rapporto c’è fra la materia e la coscienza?” Se non è in grado di rispondere, come ho fatto io, non ha superato l’esame”.

“Ricorda”, disse il maestro, appoggiandomi una mano su un braccio per sottolineare il concetto, “che a volte è necessario compiere un’azione sbagliata per un motivo giusto. L’importante è essere certi che il motivo sia giusto, e riconoscere che l’azione è sbagliata. È importante non mentire a se stessi convincendosi di compiere un’azione giusta”. 

“Maestro, scusa se cambio argomento, ma vorrei che rispondessi ad un’altra domanda. La vita, la coscienza e tutto il resto vengono dalla luce dopo il Big Bang. Intendi dire che la luce è Dio?” “No”, rispose il maestro, e l’improvvisa tristezza svanì dal suo viso, dissolta da quello che parve un sorriso pieno di affetto. “Non penso che la luce sia Dio. Penso che sia possibile e ragionevole affermare che la luce sia il linguaggio di Dio. La luce potrebbe essere il mezzo con cui Dio parla all’universo e agli uomini, se credi in Dio. Tu che non credi in un Dio creatore, dovrai riconoscere che è sicuramente l’inizio della vita, nei modi e nelle caratteristiche con cui noi la conosciamo.” 

“Cosa è quindi la fine della vita?” chiese l’allievo. 

“Se la luce ci porta verso la vita in un crescendo di complessità, perché la nostra vita finisce?”. Chiese l’allievo.

“Gli scienziati stanno studiando e calcolando la quantità di materia oscura presente nell’universo, perché da questa quantità dipenderà se l’universo nel tempo si espanderà all’infinito per poi consumarsi e scomparire nel nulla eterno, in una morte termica senza luce ed energia, o se raggiunto un tempo critico x, come un’elastico, riprenderà a contrarsi sino a comprimersi sino al punto di singolarità assoluta (Big Crunch), per poi riprendere il ciclo infinito e ripartire da un nuovo Big Bang, con nuova vita e nuova energia. Ancora non sappiamo ancora quale destino accompagnerà il nostro universo. Sappiamo, però, con certezza che la nostra vita sarà infinitamente breve rispetto a quella dell’universo e il dramma della nostra presenza in questo universo è la consapevolezza della finitezza della vita che ci attende. La nostra vita finisce perchè seguiamo il destino dell’universo, sia che si espanda all’infinito, sia che si contragga per poi espandersi all’infinito” Rispose il maestro. 

“Quindi, che valore diamo alla nostra vita rispetto alla crescente complessità dell’universo?” Chiese l’allievo.

“Nessun valore ha la nostra vita se non ben guidata verso la complessità. Massimo valore se la complessità la favoriamo. Potremmo valutare se la nostra vita ha un qualche valore da quanta sofferenza ci procuriamo o ne procuriamo agli altri”. Sentenziò il maestro. “Per capire se un’azione, un’intenzione o un effetto produce sofferenza dobbiamo sempre porci due domande. Primo: cosa succederebbe se tutti facessero quell’azione? Secondo: l’azione aiuta o ostacola il movimento verso la complessità?”.  “Cosa succederebbe se tutti ammazzassero il prossimo? Aiuterebbe o ostacolerebbe il movimento verso la complessità? Dimmelo!”. Disse il maestro. “Naturalmente se ci ammazzassimo fra noi la razza umana si estinguerebbe. Perciò… non aiuterebbe”. Rispose l’alunno. 

“Sì. Noi esseri umani siamo il più complesso aggregato di materia che ci sia dato conoscere, ma non siamo il traguardo finale dell’evoluzione. Anche noi ci svilupperemo e cambieremo, come l’universo. Ma se ci uccidessimo indiscriminatamente, non raggiungeremmo la meta. Cancelleremmo la nostra specie, e il processo di sviluppo che dura da miliardi di anni sarebbe vanificato. Per questo l’omicidio ma anche il furto sono sbagliati: non perché lo dice un libro, una legge. Se tutti lo facessero non arriveremmo mai insieme al resto dell’universo alla Complessità Suprema, che per me è Dio. Ed è vero anche il contrario. Perché l’amore è bene? Cosa succederebbe se tutti ci amassimo? Sarebbe un aiuto o un ostacolo?” “Un aiuto”, convenne l’allievo.

“Sì. L’amore universale accelererebbe enormemente il movimento verso la complessità. Ľamore è bene. Ľamicizia è bene. La lealtà è bene. La libertà è bene. L’onestà è bene. Lo sapevamo già, lo abbiamo sempre saputo nel profondo del cuore, e tutti i grandi maestri ce l’hanno insegnato e questa definizione di bene e male ci permette di capire perché certe azioni e certi sentimenti sono positivi, e altri negativi”. 

Scritto da Renzo Trenta con riflessioni e domande filosofiche rielaborate e integrate dal libro “Shantaram”, di Gregory David Roberts

Come appare un buco nero

Renzo Trenta

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