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Crociera 2014 in Patagonia, 2 ottobre caletta Horno, Argentina)

Navigazione verso caletta Horno.

Ci svegliamo e dopo colazione cominciamo a preparare la barca per la partenza. Verso le 9.00 andiamo in Prefettura per fare i documenti utili per l’uscita dal porto. Ci ricordano ancora una volta che dobbiamo comunicare giornalmente la nostra posizione. Utilizzando il barchino comincio a togliere le tre cime a terra, riportandole in barca. Lasciamo una cima a doppino per fissarci al molo. Ritorno in barca e riponiamo le cime non più necessarie, quindi cominciamo a recuperare il doppino e per ultimo salpiamo l’ancora. Abbiamo un momento di incertezza, perché la leva della marcia del motore non dà il consenso per accelerare. Infine riusciamo ad uscire dal porto e ci dirigiamo al Capo Dos Bahías di bolina con un vento di 25/30 nodi e onde già formate. Il vento è da nord-est, superato il capo a 12 miglia avremo il vento di lasco e navigheremo più tranquilli con la terra che ci proteggerà, limitando l’onda che ora ci fa ballare. Al capo, quando arriviamo, troviamo onde incrociate: sono turbolenze segnate anche sulla carta. Si balla ancora un poco, ma entrati nella protezione del capo le onde si riducono e cede anche il vento. Arriviamo velocemente al lasco con poca onda, transitando per lo stretto passaggio dell’Isola dei leoni dove tocchiamo i 9 nodi di velocità sul fondo, anche per una corrente di 2.5 nodi almeno a favore. Intanto preparo una pasta al sugo con gamberoni, con la pentola a pressione. Mangiamo velocemente tra una correzione di rotta e una strambata. Arriviamo per le 15.00 all’imboccatura della caletta Horno. Entriamo in questo stretto budello di rocce alte sino ad uno slargo dove dobbiamo ancorare in un fondo di neppure 4 metri. Buttiamo l’ancora con il grappino con raffiche da 30 nodi di vento. Lo spazio è limitato e ci ritroviamo troppo vicini alle rocce a sud quando filiamo la catena. Abbiamo a disposizione uno spazio di 180 metri nell’asse nord- sud e 100 metri nell’asse ovest-est. Ritiriamo su l’ancora e ripetiamo l’operazione con il vento in poppa, come nell’esercitazione che avevamo fatto a caletta Santa Elena. Questa volta la posizione è corretta: la barca si trova al centro dello spazio disponibile e le ancore tengono. Aspettiamo ancora un po’ per verificare che non si spedi l’ancora e utilizziamo il barchino per portare una cima a terra, in modo che lavori a 60 gradi rispetto al tiro dell’ancora. L’operazione non è semplice perché bisogna remare contro il vento con le raffiche a 30 nodi e salire su una scogliera scivolosa. Siamo in bassa marea e c’è un tappeto di basse alghe verdi sugli scogli. Danilo riesce ad arrivare sulla scogliera dove altri equipaggi, passati lì prima di noi, hanno lasciato una cima intorno ad una roccia da utilizzare come punto di ancoraggio. Mentre si inerpica sulla roccia per fissare la nostra cima, una folata di vento più forte del normale fa ribaltare il barchino sugli scogli, lì dove Danilo lo aveva lasciato. Il mio compagno completa il fissaggio e rientra dopo aver rimesso in ordine di navigazione il barchino. Io cerco di togliere dalla bocca di una foca la cima in acqua che è stata fissata alla roccia: con i denti aguzzi potrebbe danneggiarla. Fortunatamente per lei era solo un gioco e si allontana. Regoliamo il tiro della cima a terra ed ora, con questo nuovo ancoraggio completamente circondato da rocce a strapiombo, ci sentiamo un po’ più sicuri: è un luogo protetto dalle onde, anche se le rocce posizionate a poca distanza dalla barca non sono molto rassicuranti. Il fondo fangoso è segnalato come buon tenitore dai portolani. Ci sono i nomi di molte barche, dipinti di bianco sugli scogli, che hanno sostato in questo luogo. Ci riposiamo, poi io prendo un caffè verso le 17.00 e in ultimo pulisco i calamari per la cena. Dopo una pausa per leggere, preparo i peperoni e i calamari in padella con un filo d’olio. Sono buoni entrambi. Lavo i piatti e vado a dormire. Il vento soffia da nord producendo quel suo lugubre rumore frangendosi contro le cime, le sartie e l’albero. Uhu… vuhu… uhu… e ancora vuhu… Ci ricorda che siamo appesi ad un’ancora e ad una cima con scogli incombenti a poppa, nella Patagonia più profonda e solitaria. Proveremo comunque a dormire: ci riusciamo.

Tratta successiva sosta a Caletta Horno

Tratta predente sosta a Camarones

Caletta Horno
Caletta Horno
Caletta Horno con fune a terra
Ingresso alla Caletta Horno visto dall’interno della caletta

Renzo Trenta

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