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Crociera 2014 in Patagonia, 3 ottobre sosta alla caletta Horno, Argentina)

Sosta a caletta Horno

Quando ci svegliamo il vento soffia ancora tra le rocce, sulla barca e sull’acqua intorno a noi. Si è fatto sentire per tutta la notte. Con mia grande sorpresa sono riuscito comunque a dormire. La mattinata è dedicata ai piccoli lavori: Danilo cerca di risolvere il problema dell’acceleratore del motore e pulisce l’elichetta del log, intasata da animaletti che le impedivano di girare; io seguo il desalinizzatore e riempio le bottiglie dell’acqua da bere e cucinare, poi pulisco il frigo e sistemo il pesce che ci hanno regalato, riordinandolo nei contenitori di plastica. A pranzo faccio la paella congamberi e calamari. Nel pomeriggio cala il vento e mi dedico alle letture. Abbiamo verificato le previsioni: possiamo partire domani, sul tardi, perché è vero che il vento da nord proseguirà per due giorni, ma avrà forza minore, dai 15 ai 25 nodi. Il problema dell’acceleratore permane, nonostante i tentativi di regolazione. Danilo crede possa trattarsi di un problema interno dell’invertitore. Se è così, sarà un problema serio. Verso le 16.00 entra in baia una barca francese per ormeggiare, ma lo spazio è così limitato che ha poco fondo, per cui esce e si ancora fuori dalla baia Horno. Il capitano decide di scendere a terra per sgranchirsi le gambe ed io resto in barca a rileggere Navigazione a vela con cattivo tempo di Adlard Coles. Danilo rientra e sento che parla con qualcuno in pozzetto. Esco e vedo un gommone con Pier, lo skipper della barca francese che aveva cercato di ormeggiare nella cala qualche ora prima. Era accanto alla nostra barca e chiacchierava con Danilo. Si erano conosciuti in Uruguay. Anche lui si dirige verso la Terra del Fuoco. Anche lui è stato nella baia dove abbiamo avuto lo scontro con le balene; lui, in compenso, ha visto anche le balene bianche. La sua barca fa charter particolare con le aziende che mandano i loro dirigenti a fare navigazioni impegnative per sviluppare lo spirito di corpo e per migliorare la collaborazione di gruppo che si instaura necessariamente in un equipaggio di una barca a vela. Con il tempo e con l’esperienza, ho capito che le dinamiche di gruppo sono complesse e attengono alla gestione del potere; nelle barche le dinamiche sono amplificate per lo spazio vitale limitato e per la necessità di definire chi deve avere la responsabilità nelle decisioni. Normalmente un gruppo funziona bene se il capo è autorevole per le sue doti di conoscenza e di empatia verso il gruppo per motivarli. Per questo le aziende inviano i loro dirigenti a fare esperienza nelle barche a vela in condizioni estreme.

Danilo mi dice che invidiava lo skipper francese perché navigava in barca con la sua compagna di vita. Lui, invece, aveva perso la sua compagna in un incidente in montagna, durante una arrampicata: era stata colpita da un sasso che ne aveva provocato la morte. Erano molto legati e avevano entrambi le stesse passioni. Ho avuto la stessa sventura: mia moglie è morta tra le mie braccia per un blocco cardiaco. Ho tentato con il massaggio cardiaco in attesa dell’ambulanza ma in 15 minuti non era più con noi. Con lei avevamo programmato il giro del mondo in barca a vela, ma non abbiamo fatto in tempo. Ora sono qui dall’altra parte del mondo per rimarginare le mie ferite, proprio come Danilo.

Quando lo skipper va via, mettiamo l’ancora di poppa pronta per entrare in funzione in caso di cambio di vento. Adottiamo un consiglio del manuale dei Glenans, nota associazione velica francese, che prevede di portare l’ancora a circa 5/10 metri dalla poppa. La linea d’ancoraggio è composta da 4 parti in sequenza a partire dall’ancora: una prima parte è fatta con una sezione di catena di circa 5 metri fissata all’ancora; una seconda parte in tessile fissata alla prima catena; una terza parte in catena fissata al primo tratto di tessile e infine una quarta parte in tessile fissata al secondo tratto di catena da un lato e, dall’atro, alla bitta di poppa. Uno stroppo ulteriore cedevole viene fissato da un lato al tessile che arriva sulla barca e dall’altro alla bitta.

Noi procediamo fissando all’ancora 5 metri di catena e poi proseguiamo con una cima in tessile. Per un fondale di 5 metri usiamo una cima in tessile di 10 metri che fissiamo alla catena dell’ancora da un lato e a un altro pezzo di catena di 5 metri che poggiamo a poppa della barca libera di filare. Fissiamo, quindi, la catena con un’altra cima di qualche metro in tessile alla bitta di poppa. Uno stroppo cedevole viene inoltre fissato alla cima in tessile, lasciata in bando ma non lasca, nel punto in cui la cima raggiunge la poppa della barca e poi viene fissato alla bitta di poppa. Noi abbiamo usato uno stroppo con filo di lana doppio, lo stesso stroppo che si usa per bloccare lo spy prima dell’issata. In questo modo, se cambia il vento, lo spostamento della barca mette in tiro la cima che rompe lo stroppo, trascinando la parte restante della cima in tessile e, di conseguenza, anche la catena in acqua. Questa, strofinando sulla poppa della barca, produce rumore e sveglia l’equipaggio. La linea d’ancoraggio si tende filando sino alla bitta. A questo punto l’ancora si mette in tiro e l’equipaggio ben sveglio può intervenire per completare l’opera di regolazione dell’ancoraggio. Se si teme che possa arare l’ancora principale, la seconda ancora di rispetto può essere messa a prua con lo stesso sistema. Ci vuole molto studio e preparazione per adottare le cautele necessarie per la propria sopravvivenza. Chi va in mare deve imparare dai libri, dai marinai più bravi e da tanta esperienza personale. Fatta l’operazione torniamo in barca. Per cena finiamo la paella avanzata a pranzo e poi andiamo a dormire.

Tratta successiva Isola dei Leoni

Tratta precedente arrivo a caletta Horno

La cima fissata alla roccia a Caletta Horno
Scritte lasciate da altri equipaggi a caletta Horno
Il capitano a terra
Riso e gamberi
Lo skipper della barca francese torna alla sua barca
Renzo Trenta

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