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Crociera 2014 in Patagonia, 4 ottobre isola dei Leoni, Argentina)

Navigazione e visita all’Isola dei Leoni

Ci svegliamo senza che l’ancora di poppa sia entrata in funzione. Dopo colazione faccio bollire i gamberi congelati, li sguscio e li ripongo in un contenitore in frigo, quindi pulisco i calamari residui sulla poppa della barca insieme a Danilo, che nel frattempo ha ritirato l’ancora di riserva e la cima a terra. Siamo pronti per salpare, togliamo l’ancora e usciamo dalla caletta Horno. Passiamo vicino alla barca francese che è ancorata nella baia esterna a caletta Horno e salutiamo lo skipper e la sua compagna. La loro barca è di alluminio, credo sia la Cigale del cantiere Ovni (Alubat), che è l’acronimo in francese di oggetto volante non identificato, “Objet Volant Non Identifié”. Ci dirigiamo verso l’Isola dei Leoni. Oggi faremo un giro a terra per vedere le colonie di leoni marini che stanno nelle spiagge dell’isola. Le previsioni danno vento moderato per tre giorni, quindi stasera attorno alle 24.00 partiremo verso porto Deseado che dista 180/230 miglia a seconda del percorso, diretto o lungo costa, che le condizioni del mare ci imporranno. Arriviamo di fronte alle spiagge dell’Isola dei Leoni e ancoriamo. C’è un vento di 10/15 nodi, il sole appare appena, poi viene coperto dalle nubi. Mangiamo i calamari alla catalana con pomodori, olio e cipolla. Sentiamo dei rumori all’esterno, usciamo e troviamo un branco di foche che giocano intorno alla barca. Mettiamo il barchino in acqua e ci dirigiamo verso riva, sulla spiaggia, dove ci sono i leoni marini. Andiamo a remi, procedendo con cautela per non spaventare gli animali, le foche ci seguono nuotando accanto al barchino: ci sono due maschi enormi e una ventina di foche. Sembrano una processione incredibile formata da animali curiosi che ogni tanto tirano fuori la testa spingendo con le pinne posteriori, come dei lemuri che scrutano la savana, restando in piedi vicino alla loro tana. Ci accompagnano sino a riva e si fermano a non più di 5 metri dal bagnasciuga, mentre noi sbarchiamo. Una volta a terra vediamo dei pinguini di Magellano sulla riva. Li seguiamo inoltrandoci nella spiaggia e arriviamo presso un capanno in lamiera abbandonato e tutto attorno, nascosti tra bassi cespugli e radici scalzate, vediamo tantissimi pinguini bianchi e neri. Quando ci avviciniamo restano fermi nella tana e ci osservano immobili, spostando solo la testa per vedere prima con un occhio e poi con l’altro. Piano, molto piano, ci accostiamo anche alla spiaggia dove ci sono i leoni marini e riusciamo ad avvicinarci a circa 12 metri. Fotografiamo e riprendiamo la scena. Loro passano dalla posizione sdraiata a quella con il busto sollevato sulle pinne anteriori, in posa, pronti per aggredire o ritirarsi. Non li provochiamo oltre e ci allontaniamo. Tutta la scena viene seguita dalle foche che ci osservano direttamente dall’acqua. Mi sposto vicino al barchino in secco sulla spiaggia, lontano dal grosso gruppo di leoni marini. Il branco, su questa spiaggia, è composto da circa 70 animali. Sul bagnasciuga, vicino al luogo che ho raggiunto, si sistema un giovane leone marino maschio, riconoscibile dalla criniera non troppo sviluppata e dalle pieghe della pelle del corpo non troppo pronunciate. È ferito sul collo, si vede il rosso della ferita sulla pelle scura. Deve aver combattuto con qualche maschio più grande e ora si sta appartando dal gruppo per riprendersi dalla lotta. Sembra messo male, simuove lentamente e, sembra, anche a fatica. Mi avvicino per fare delle foto. Non reagisce. Ci segue in acqua quando decidiamo di spostare il barchino per rientrare in barca. Nel percorso di rientro abbiamo un codazzo di foche e di leoni marini che ci segue; poi fortunatamente desistono e noi arriviamo in barca remando, senza la loro preoccupante vicinanza. Mi ero fermato in spiaggia ad osservare la scena con i pinguini tra i cespugli, i leoni marini sulla battigia, i gabbiani tutto attorno e le foche in acqua. Se non fosse per alcuni resti di costruzioni vicino a un vecchio faro, costruito sull’isola chissà quanto tempo fa e ora abbandonato, avrei giurato di trovarmi in un mondo primordiale, dove l’uomo non aveva ancora fatto danni. Quella natura selvaggia lasciava in me sensazioni di pace e benessere. Inizialmente non avevo intenzione di raggiungere la riva. Mi ero detto: “Che mai sarà?”. Invece quello straniamento era una sensazione impagabile che nessun altro luogo poteva dare. Il contatto ravvicinato con quegli animali indifesi mi aveva reso guardingo e, allo stesso tempo, meravigliato. Era stato sorprendente vedere quanta fiducia quegli animali riponessero nell’uomo che, tra l’altro, incontravano molto di rado in quelle zone. Avevo potuto sfiorare i pinguini che, accovacciati nel loro nido, non erano scappati alla mia vista; mi ero avvicinato ai leoni marini, restando solo a pochi metri di distanza; avevo sfiorato le foche con la pagaia del mio barchino e loro mi avevano fatto compagnia per lungo tempo. Mentre abbandono il luogo, veramente ricaricato e meravigliato per lo spettacolo che la natura sa donare, penso che ora ci avviciniamo a tutti questi animali con le macchine fotografiche e consideriamo un crimine ucciderli; però non è sempre stato così.

Mi stupisce scoprire che queste mie stesse considerazioni siano state formulate 160 anni prima di me da Charles Robert Darwin, celebre biologo, naturalista, antropologo, geologo ed esploratore britannico dell’Ottocento. È passato alla storia per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale che agisce sulla variabilità dei caratteri ereditari e della loro diversificazione e moltiplicazione per discendenza da un antenato comune. Raccolse molti dati, che furono la base per la sua teoria, durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS Beagle. Invece le sue considerazioni sulla natura – che ho letto di recente e che, come dicevo, mi hanno colpito – fanno parte del diario che ha scritto mentre era in viaggio verso le Isole Galapagos.

Tornati in barca ci riposiamo in attesa della partenza prevista per le 24.00. Danilo ha una modalità conservativa nel navigare e usa metodi tradizionali di carteggio. Nell’Isola dei Leoni ha riportato su carta la direzione della bussola e la rotta per uscire dall’insenatura dove eravamo ormeggiati, in caso di emergenza durante la notte. Ha aggiornato da poco anche la tabella della bussola, con relativi errori. Io uso ormai solo il GPS cartografico della Navionics. Con quello traccio la rotta e salvo il tracciato di quella già fatta direttamente sull’app del cellulare o dell’iPad. In caso di emergenza lo accendo e ogni volta mi affido solo al GPS per navigare in sicurezza, lontano dagli scogli. Ho verificato dopo tanti anni l’affidabilità delle carte della Navionics e del GPS. Sino a 15 anni fa anche io avevo sempre tracciato la rotta con la carta e poi riportato i punti salienti sul GPS. Ora con il GPS cartografico è tutto molto semplice. La prima volta che in barca ci siamo affidati completamente al GPS è stato nel 2001, con l’arrivo notturno all’isola di Saint Lucia ai Caraibi. Avevamo solo il GPS per entrare nella rada di Rodney Bay dopo la traversata atlantica. Siamo arrivati alle 22.00 e non c’era la luna a rischiarare l’insenatura. Dovevamo attraversare il traguardo della regata dell’ARC per poi ancorare in rada in attesa dell’alba per entrare nel marina di Rodney Bay. Nonostante il buio, con le luci della costa in lontananza e con quelle delle altre barche ormeggiate in rada, siamo riusciti ad ancorare in un fondale di 6 metri, dopo 20 giorni di traversata.

Ceniamo alle 19.00 con calamari bolliti a insalata, patate e pomodoro. Poi dormiamo.

Tratta successiva Porto Deseado

Tratta precedente sosta a Caletta Horno

La barca dello skipper francese
La spiaggia dell’isola dei Leoni
Lo sbarco seguito dalle foche all’isola dei Leoni
Pinguini all’isola dei Leoni
Pinguino nell’isola dei Leoni
Isola dei Leoni
Pinguini
Leone marino ferito
La colonia dei leoni Marini
La colonia dei leoni marini
L’isola dei Leoni
Foche all’isola dei Leoni
Leoni marini
Pinguini

Renzo Trenta

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