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Crociera in Grecia in barca a vela, 2014 (02 Luglio, in rotta verso Kythira)

Passeremo al largo dell’insenatura di Navarino protetta dall’isola di Sfacteria di fronte a Pylos.

Rotta verso Kythira

Partenza da Zante per Nisos Kythira, dopo aver rifornito di ghiaccio il frigo e aver riempito d’acqua il serbatoio. Il giorno prima abbiamo riempito due taniche di gasolio dall’autobotte che rifornisce le barche in transito. In Grecia è difficile trovare distributori in porto, solo poche marine attrezzate ne sono provviste. Costo 1,47 euro/litro. Per l’ormeggio con acqua e corrente abbiamo pagato 25 euro.

In uscita dal porto incrociamo i battelli della nave da crociera della MSC, arrivata in nottata e ancorata fuori del porto, che trasportano una frotta di turisti italiani che sciamano verso i negozi della passeggiata. Imprechiamo per la velocità del battello che solleva onde in porto che ci fanno sobbalzare a prua mentre siamo intenti a pulire la coperta dal fango depositato dalla catena dell’ancora appena portata a riva.

Ci attende una navigazione di 150 miglia, arriveremo nel pomeriggio di domani all’isola che ha visto nascere Afrodite.

Nella mitologia greca, l’antica Citèra veniva identificata, assieme all’isola di Cipro, come il luogo di nascita della dea Afrodite (Venere per i Romani), dea della bellezza e dell’amore. Da qui l’appellativo di “citerea” attribuito alla dea, e quello di “isola di Venere” passato all’isola.

Passeremo lungo le propaggini a ovest del Peloponneso dove domani il porto di Katakolon, posto nell’insenatura di fronte a Pirgo, accoglierà i turisti, sbarcati oggi a Zacinto, che andranno a visitare i resti di Olimpia, mitica città greca sede delle prime Olimpiadi antiche, da noi vistata nel 2013 in una giornata calda di luglio. C’è un trenino che porta la mattina a Olimpia, con il quale tornare al porto di Katacolon la sera dopo la visita ad uno dei più belli e noti siti archeologici greci dove è possibile visitare l’annesso museo.

Passeremo al largo dell’insenatura di Navarino protetta dall’isola di Sfacteria di fronte a Pilos. Nel 2013 siamo stati al marina di Pilos, abbiamo visitato la fortezza e il piccolo museo archeologico. Poi siamo andati a fare il bagno, dopo aver ancorato la barca, nella bella e poco frequentata spiaggia in fondo all’insenatura di Navarino, nei pressi del canale tra terra ferma e l’isola di Sfacteria. Questi luoghi furono sede delle gesta di Ateniesi e Spartani che si scontrarono nella guerra del Peloponneso, narrata da Tucidide, che ho riletto con piacere l’anno scorso in formato e-book durante la navigazione in questi luoghii

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La battaglia di Sfacteria 

Durante la guerra del Peloponneso, nel maggio 425 a.C. gli Ateniesi occuparono, sotto il comando di Demostene, con cinque triremi la baia di Pilo (Navarino), costringendo gli Spartani a ripiegare nell’Attica.

Infatti, mentre la flotta ateniese si preparava a sbarcare dietro la collina occupata dagli opliti attici, alcuni soldati di Sparta furono inviati nell’isola di Sfacteria che chiudeva la baia, permettendo due piccoli passaggi ai lati, al fine di fare della posizione un sicuro dominio spartano in vista della battaglia navale con la sopraggiungente flotta ateniese. 

Dopo tre giorni di battaglia a Pilo, gli ateniesi avevano reso inservibile la flotta nemica, spiaggiandola sull’arenile.

La battaglia navale era persa, quella terrestre poteva rivelarsi un disastro; così, gli emissari spartani giunti ad Atene, cercarono un accordo con i nemici: venne loro garantita la restituzione degli opliti (soldati della fanteria pesante), in cambio dei territori cui Sparta era garante in favore di Atene (cosa inaccettabile, possibile in forma privata a dimostrazione di una trattativa in cui il prestigio di Sparta non fosse minato, ma non in forma pubblica, pena lo sfaldamento della lega Peloponnesiaca).

L’intento dell’ateniese Cleone era proprio quello di minare la lega dalle fondamenta.
Lo spartano Epidata al comando dei 420 opliti riusciva intanto a resistere grazie ai rifornimenti.

Passa l’estate e le difficoltà di rifornimento per le 70 navi ateniesi, cominciano a pesare sulle casse statali e poi c’era da valutare l’ipotesi di una fuga degli opliti, magari durante una giornata di pioggia, quanto era difficile controllare le coste.
In autunno un incendio sull’isola rivela che gli opliti sono fuggiti, così Cleone calca la mano all’assemblea e al comando di 800 fanti leggeri, 800 arcieri e altri uomini provenienti da Pilo, circonda gli spartani in più punti costringendoli alla resa.

Finivano così due mesi e mezzo di resistenza e fame del contingente spartano, i cui sopravvissuti, furono presi come ostaggi.

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Sentendo queste storie di guerra penso ai progressi fatti dall’uomo nel corso di 2464 anni. Allora le guerre le facevano le città tra di loro, città che ora non esistono più, come Sparta. Ora le guerre si fanno con il denaro. Non so se si tratti di vero progresso. La sofferenza umana resta quella di sempre, basta chiederlo al popolo greco alle prese con i prestiti delle banche per garantire il deficit del loro bilancio statale.

Passeremo per Methonis, propaggine ovest della Messenia, prima penisola del Peloponneso verso ovest, luogo strategico per il controllo delle rotte tra Medio Oriente e Occidente, che deve la sua importanza storica al fatto di essere stata per lungo tempo una delle più importanti basi navali della Repubblica di Venezia. L’anno scorso ci ormeggiammo all’ancora nella rada di fronte alla città.

Passeremo di fronte all’insenatura di Gerolimena, nella terra della casa fortezza, dove nel 2013 abbiamo ancorato e fatto il bagno nella spiaggia di sassi levigati dal mare. La notte fummo svegliati dai fuochi pirotecnici di un albergo affacciato sull’insenatura dove noi eravamo ormeggiati. Le case fortezza sono torrioni in pietra con finestrelle piccole, costruiti dagli eredi dei fieri spartani in lotta tra di loro e con gli invasori, che non sono mai riusciti a conquistare queste terre. 

Andiamo a motore sino alle 12, poi si alza il vento, 12 nodi da sud-ovest, prima di bolina poi al traverso. Si toglie il motore e navighiamo su un mare tranquillo a sei nodi di velocità. 

Mangiamo qualcosa velocemente, Peppone piadina con bresaola, Antonio panino con formaggio, Uccio e io fresella pugliese come base per una bruschetta romana. La fresella pugliese è un pane tagliato a metà con doppia cottura al forno che lo rende privo di umidità e adatto alla lunga conservazione in barca. Prima di mangiarlo bisogna inumidirlo con acqua. Noi passiamo l’aglio sulla parte ruvida della fresella poi acqua, olio e pomodoro. Una delizia.

Mi sposto in coperta, sottovento vicino all’albero, metto un cuscino e mi sdraio di schiena all’ombra della randa per la siesta pomeridiana.

Guardo in alto il cielo terso di un azzurro luminoso, vedo la punta dell’albero con l’elichetta dell’anemometro che ruota, il grande segnavento che indica la direzione di Eolo, le crocette poste oltre la metà dell’albero che spingono le sartie di acciaio che sorreggono l’albero. Vedo da quella posizione i gradini in acciaio per salire sull’albero posti in fila regolari dal boma sino all’attacco delle sartie, su in alto. Vedo il riflettore radar posto tra due gradini e la cipolla del radar fissata poco sopra la crocetta. Vedo la vela regolare gonfiata dal vento e il boma che sorregge il lato minore del triangolo della vela. Vedo i fori regolari dei matafioni non più utilizzati per le due prese di terzaroli, vedo le stecche scure sulla vela bianca poste ad intervalli regolari per irrigidire la vela e farla portare meglio sottovento. Vedo il boma e le borose con i loro verricelli per le due prese dei terzaroli, una gialla e una bianca con segno nero posto ad intervalli regolari. Vedo a fianco alle borose il tesabase e sotto la trozza il punto di attacco del wang per la tenuta del boma. 

Vedo l’easy-bag che, attorno al boma, raccoglie la randa quando viene calata. Vedo le cimette che sorreggono il copri randa dell’easy-bag, disposte ai lati della vela in triangoli congiunti posati sullo stesso piano della randa che sorregge; un lato lo vedo direttamente, l’altro lo vedo come ombra riflessa sulla vela sfalsato di qualche centimetro dalla proiezione della luce del sole. Vedo lasca la drizza della spy, vela grandissima a palloncino per le andature con vento in poppa; dovrei cazzarla per non farla sbattere sulla crocetta, ma ora non mi va di alzarmi. Vedo il tangone fissato in posizione di riposo parallelo all’albero in attesa di essere utilizzato per quando utilizzeremo lo spy.

Vedo tutto questo mentre sento i rumori attorno. Sento il rumore della drizza di acciaio, che sorregge la penna della randa e che sbatte all’interno dell’albero di alluminio a causa del movimento della barca sulle onde. Sento il rumore della drizza dello spy sulla crociera. Ascolto il chiacchiericcio che viene dal pozzetto: Antonio racconta di fusioni di acciai nella fabbrica dove lavorava prima di andare in pensione; Peppone commenta le ultime notizie sulla crisi politica al Comune di Sassari e Uccio racconta delle sue passeggiate in montagna. Sento il rumore dell’acqua che si sposta solcata dalla prua della barca, fruisch fruisch si sente ad intervalli regolari. Sento in sordina il rumore dell’elica che fa girare l’asse del motore in folle trasmesso dalla vetroresina che fa da cassa armonica. 

Che gioia e che rilassatezza della mente. Ci si ricarica di energia poietica.

Sento il rumore dei miei pensieri che cercano di fissare queste sensazioni da riportare sul diario di bordo. 

Mi chiedono spesso cosa si provi ad andare in una barca a vela o cosa si faccia con tutto il tempo a disposizione. Ecco cosa si fa, si ascolta e si osserva il momento presente. Si è felici con il nulla. Non sempre è così sereno il tempo e il pensiero, ma vale la pena. Questi momenti ripagano della fatica del brutto tempo e dei brutti pensieri.

Seguendo il filo dei pensieri mi addormento, mi sveglio con il sole che si è spostato il tanto da riscaldare metà del mio corpo. Sento la pelle calda del braccio e della gamba sinistra e il fresco del braccio destro e della gamba destra, posto ancora all’ombra della randa. Sono diviso in due, due beatitudini diverse, il caldo mitigato dal vento che lo raffredda nella parte sinistra e il fresco dell’ombra mitigato dal caldo del mio corpo nella parte destra. Credo che nel Purgatorio cattolico si debba stare così, così come queste sensazioni richiamano il concetto di yin e yang dell’antica filosofia cinese. Mi copro il viso con il dorso della mano per proteggermi dal sole, sento l’odore della mia pelle, è un misto di pelo lavato e bagnato posto al sole, di ormoni maschili, di sudore che sa ancora di muschio, non è sgradevole: ha nel fondo un po’ di mare.

Mi giro con tutto il corpo verso il lato sottovento, ora guardo, oltre la falchetta della barca, la Costa del Peloponneso e il suo profilo. L’azzurro luminoso del cielo degrada verso il profilo montagnoso in rilievo della costa, virando dall’azzurro al celestino, al grigio chiaro, al bianco poco prima di diventare terra. Sotto la crosta del Peloponneso il mare, di un blu cobalto mosso da piccole onde spezzate qua e là dalla spuma delle creste rotte dal vento. Sopra la più alta montagna del Peloponneso è posizionata una nuvoletta bianca, che è considerata presagio di bel tempo. Mi alzo e vado in pozzetto, dopo aver cazzato la drizza dello spy in bando. Navighiamo a 10 miglia dalla costa. Dopo le 15 cala il vento e dobbiamo rimettere il motore, il paradiso si è spostato da un’altra parte del mondo.

Siamo vicini al tramonto, Peppone e Antonio sono pronti a registrare il tuffo nel mare del sole, la situazione è ideale per vedere il raggio verde. Cielo sereno con appena una leggera foschia all’orizzonte. Il raggio verde è un’alterazione cromatica che si presenta nel momento in cui il sole sparisce all’orizzonte, dura una frazione di secondo, ed è causato dall’inclinazione dei raggi della luce del sole nell’atmosfera che, come in un prisma, scompone la luce nelle sue componenti di base. Vediamo la componente verde osservando il fenomeno stando quasi a livello del mare. È durato un attimo ma lo abbiamo visto, con enorme piacere questa volta è stato registrato dalle telecamere.

Ceniamo tardi, preparo tonno e patate in umido, con pomodorini, vino bianco e origano.

Stabiliamo per la navigazione notturna turni di quattro ore a coppie di due, iniziano Antonio e Uccio dalle ore 22.00. Alle ore 2.00 io e Peppone diamo il cambio. Durante il nostro turno in cui uno veglia e l’altro riposa per due ore pronto ad intervenire, per poi scambiare i ruoli, abbiamo per ben due volte incrociato pericolosamente navi lungo la rotta che ci portava a Kytira. Stando di guardia ogni 10 minuti guardiamo intorno per verificare la presenza di luci di navigazione delle navi.

Questa notte il cielo stellato e la buona visibilità ci permettono di individuare facilmente la presenza di luci di navigazione. La prima volta incrociamo di prua una nave da crociera con tantissime luci accese, abbiamo difficoltà ad individuare la luce rossa a sinistra e la luce verde a destra della nave. Al centro della nave c’è una luce intermittente verde e rossa che non ci fa capire in che direzione proceda la nave. Io vado al timone, tolgo il pilota automatico e cerco di manovrare per allontanarci, mentre Peppone chiama gli altri per sicurezza. Dopo un attimo di tensione vediamo sfilare la nave a sinistra della nostra barca. La scena si ripete dopo due ore, questa volta di poppa. Si tratta di una nave da trasporto che procede facendoci vedere il fanale rosso di sinistra. Cerco di segnalare alla nave la nostra presenza con una lampada accesa che illumina la vela bianca della randa, poi mi sposto a sinistra e la nave sfila a destra molto vicina. Nel primo caso la nave da crociera si è spostata dalla sua rotta, mentre nella seconda non si è mossa di un dito.

È necessario montare l’AIS per evitare gli abbordi in mare; nella mia barca lo farò. Si tratta di un sistema che rileva e fornisce alle altre imbarcazioni che lo possiedono posizione, velocità e direzione con annesso allarme. Il Tayana 37 del mio amico armatore di September Song, che si chiama anche lui Antonio, con la quale abbiamo attraversato il canale di Panama, ne era fornita ed era molto utile per la sicurezza della navigazione notturna. Trattandosi di un sistema imposto alle navi, i pescherecci e le piccole imbarcazioni non si vedono se non lo installano e solo il radar consente di individuarle.

Il resto del turno passa in tranquillità con il sole che sorge alle 5.0 non prima di aver individuato molte stelle cadenti nel cielo stellato, senza luna.

Alle 6.00 Antonio e Uccio ci danno il cambio e andiamo a dormire.

Tratta successiva arrivo a Kythira

Tratta precedente Zacinto

La baia di Pylos
Renzo Trenta

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